OLTRE L’IMMAGINE

 
 
 di Flavio De Bernardinis

 

Inguaribile Paolo

 

Inguaribile Paolo.

E’ più forte di lui. Non ce la fa.

E’ un caso disperato, e temo non ci sia nulla da fare.

Paolo Masini, proprio non ce la fa a comunicare.

Guardate, qui, sul sito, il link riguardante i dati sulla questione del bilancio comunale.

Un esempio, fortissimo, di far sapere. Uno legge, viene a sapere, e, se vuole, prende nota.

Non c’è traccia di “comunicazione”. Ossia di autopromozione, o di sensazionalismo, o di offese gratuite. Non c’è traccia nemmeno di ciò che si dice “informare”.

No, nemmeno informare è più sufficiente. Perché “informare”, oggi, implica un giudizio preventivo sulle informazioni.

Il mito dell’informazione realmente obiettiva è davvero un mito, ormai. L’informazione, oggi, esige l’approvazione di chi legge, o ascolta, o guarda. Per pura sopravvivenza. Altrimenti, così almeno pensa chi fa informazione adesso, nessuno leggerebbe, ascolterebbe, guarderebbe.

E invece non è vero.

Tornate, su questo sito, al link riguardante i dati sulla questione del bilancio comunale.

Non è comunicazione. Non è informazione.

E’ far sapere. Che significa:

 

SE VOLETE, LE COSE SONO QUI.

 

Cosa avrebbe detto, invece, la comunicazione?

La comunicazione avrebbe detto:

 

ECCOMI, VOI MI VOLETE, IO E TUTTE LE MIE COSE, INSIEME, QUI.
 

Cosa avrebbe detto, poi, l’informazione?

L’informazione avrebbe detto:

 

ECCO, VI VOGLIO, LE COSE STANNO COSI’
 

Far sapere, invece, dice: qui c’è del materiale interessante. Se avete tempo, dategli un’occhiata. In ogni caso, fate da voi.

 

Inguaribile Paolo.

Proprio non ce la fa a comunicare. E nemmeno a informare.

Far sapere, invece sì. Gli viene bene.

Far sapere. Oltre l’immagine.

Se non si esce dalla comunicazione, non si esce dall’impero delle immagini. E se non si esce dall’impero delle immagini, ogni opposizione finirà comunicata e informata.

Nel nulla.

Se volete, ne parliamo ancora.

Comunicare e far sapere

 

Un conto, dunque, è comunicare, e un conto è far sapere.

Comunicare è propaganda. Far sapere è servizio pubblico.

La comunicazione, almeno oggi, è un’attività autoreferenziale. Ovvero: chi comunica, prevalentemente, ha in mente una cosa soltanto, farsi pubblicità.

Comunicare, oggi, vuol dire ottenere immediatamente uno scopo determinato: pubblicizzare il comunicatore.

Nella comunicazione, il comunicatore si fa immagine. E l’immagine, infatti, è l’oggetto principe, la merce da confezionare e consegnare al pubblico.

Andare oltre l’immagine, così, significa, per forza, andare oltre la comunicazione. E oltre la merce.

Almeno oggi.

Io non ho mai visto (esco poco, questo è vero), per esempio, Paolo Masini comunicare, farsi immagine.

Chi comunica, in ogni caso, si assume delle responsabilità.

La responsabilità di gestire una immane potenza pedagogica. Perché chi ha la forza di comunicare, ha anche la forza di istruire. Non tanto “insegnare”, quanto “impartire istruzioni”.

Oggi si dice “comunicare”, impartire istruzioni. Una volta,  si diceva, la “trasmissione del sapere”.  

Avete fatto caso? Da quando impera la televisione, non si dice più.

In televisione, per esempio, si dice ancora “complimenti per la trasmissione”? Io non vedo mai abbastanza televisione, ma credo non si dica più.

Anche perché, in tv, non si dice più “trasmissione”, si dice, se mai, “programma”.

Complimenti per il programma, allora. La televisione parla il linguaggio della politica.

O forse accade l’inverso? La politica parla il linguaggio della televisione?

In ogni caso la distinzione è netta: comunicare è impartire istruzioni ma non è trasmettere. Si trasmette un sapere, un’attività didattica, oppure, al contrario, si comunica un programma, un libretto di istruzioni.

La trasmissione del sapere, che non è il titolo di un programma tv, vuol dire questo. Trasmettere un sapere vuol dire, semplicemente, mostrare un ‘intenzione e un’attenzione per il mondo. Ovvero, ciò che un tempo si chiamava, un “punto di vista”.

Il punto di vista, oggi è scomparso, o meglio si è trasformato: è diventato un’ “opinione”.

Comunicare, adesso, ha a che fare soltanto con le opinioni, che sono, di solito, delle affermazioni indimostrabili. Libretti di istruzioni. Oppure, in una parola, immagini. Merci, persino.

Far sapere, invece, riguarda ancora il punto di vista, ovvero una posizione che chiede di essere argomentata. In una parola, pensieri.

Se comunicare è lanciare opinioni, impartire istruzioni, emettere immagini, far sapere, allora, vuol dire evidenziare un punto di vista sul mondo, pensare il mondo.

Se volete, ne parliamo ancora.

Sono rimasto molto colpito dal fatto che Paolo Masini abbia affrontato, e pensato, una campagna elettorale senza manifesti.

Senza un’immagine, senza l’immagine.

Ho riflettuto sulla cosa.

Non si tratta, semplicemente, di una trovata. E’ un modo di essere, da cui viene escluso ciò che sempre oggi si fa: il modo di  apparire.

Basterebbe questo per segnare la distanza, enorme, con la consuetudine della destra italiana di ridurre tutto a immagine.

Possiamo dire questo, allora.

Ci sono due modi, adesso, di concepire il rapporto tra cultura e comunicazione.

Primo. La cultura che diventa immagine.

Secondo. L’immagine che diventa cultura.

Pensateci. Pensiamoci. Perché  Paolo Masini è andato oltre una simile alternativa.

La destra italiana, secondo voi, mette in pratica il primo modo, o il secondo?

Sembra una domanda facile facile, ma forse non lo è così tanto. La destra italiana, in ogni modo, ha a che fare certamente con il primo, di modo. Tutta la cultura, e la comunicazione, si riducono a immagine.

Non solo. La cultura, così, si trova a coincidere perfettamente con la comunicazione. Nulla, della cultura, riesce a sfuggire alla comunicazione. Non ci sono spazi al riparo dal rombo di tuono della comunicazione.

Paolo Masini, caso unico a mia conoscenza (ma io non so tutto, perché non riesco proprio a incamerare tutto ciò che mi passa la comunicazione), ebbene, Paolo è riuscito a mettersi di lato rispetto alla comunicazione. Paolo ha subordinato la comunicazione a un’altra strategia. O meglio, a una strategia altra.

La strategia del far sapere.

Siete d’accordo?

Per far sapere occorre comunicare, ma non sempre è vero il reciproco, che comunicare significhi necessariamente far sapere. Dunque, far sapere implica la comunicazione, ma la comunicazione non implica il far sapere.

Il filosofo Manlio Sgalambro, qualche anno fa, scrisse un libretto dal titolo Teoria della canzone (edito da Bompiani). Si capisce. Manlio Sgalambro collabora con Franco Battiato. Ebbene, Sgalambro, discutendo della musica rock, accenna proprio alla dimensione del “mettersi di lato”. E scrive: “A lato, a lato, questo ci dice la canzone. Che spazi ci si aprono! E che Californie!”.

Ebbene, io credo che Paolo Masini, mettendosi di lato, oltre l’immagine, abbia aperto davvero una California, nello spazio culturale italiano. La California del “far sapere”.

Siete d’accordo con questa suggestione rock?

Se volete, ne parliamo ancora.